“Siamo dello stesso sangue, tu ed io.”
R. Kipling, Il libro della giungla
Indice
Introduzione
Quando ci siamo trovati nel villaggio Himba situato nei pressi di Opuwo, pensavo alla formula di riconoscimento usato dagli abitanti della giungla ideata da Kipling nella sua opera più celebre, con cui ho introdotto il presente racconto di viaggio. Non nascondo che le enormi differenze fra la popolazione che stavo osservando e quella occidentale di cui faccio parte possano aver reso in alcuni momenti difficile pensare che appartenessimo allo stesso millennio, ma probabilmente ciò era dovuto alla superficialità dalla quale, ognuno di noi, viene talvolta travolto. Sfido tuttavia chiunque sia abituato a vivere nelle società moderne a non rimanere spiazzati mentre una guida, nello spiegare il significato di alcuni accessori indossati dalle ragazze giovani in età fertile, dice testualmente, con spensierata naturalezza, che in quei casi esse “possono finalmente essere usate come donne” (al netto del fatto che, per certi versi, non ci si debba meravigliare di nulla).
La visita del villaggio Himba è stato uno dei momenti più indimenticabili del viaggio, arrivato al termine della nostra avventura nel Damaraland, regione fra le più remote e affascinanti dell’entroterra namibiano, raggiunta a sua volta dopo l’incredibile giornata a Sandwich Harbour, ovvero la puntata andata in onda prima di quella in cui vi state per immergere. Vi aspettano odori disgustosi, relitti, montagne rocciose, arte rupestre, tramonti mozzafiato, villaggi sperduti e giraffe che attraversano la strada come se fossero banali pedoni. Mettetevi comodi.
Itinerario in breve
Mentre componevo l’itinerario delle due giornate di cui vi parlo in questo articolo, diventavo sempre più consapevole che le località raggiunte in quel momento del viaggio dalla nostra instancabile Toyota Fortuner avrebbero meritato un tempo decisamente maggiore. Ci trovavamo infatti ad attraversare due vaste regioni amministrative del nord-ovest namibiano, ovvero Erongo e Kunene, impossibili da coprire integralmente (almeno per quanto riguarda le attrazioni di interesse) in tempi così risicati. Questa è stata quindi la parte in cui abbiamo dovuto apportare i tagli più importanti all’itinerario, a causa dei vincoli temporali che non ci permettevano di investire anche un solo giorno in più.
Appartengono a entrambe le regioni la cosiddetta Skeleton Coast, lingua di terra affacciata sul mare che si estende per circa 1500 km fra Swakopmund e il fiume Kunene, al confine con l’Angola, e il Damaraland, regione geografica che prende il nome dalla popolazione Damara, suo storico abitante. Il Kaokoland, ovvero la regione degli Himba, fa parte invece unicamente del Kunene.
Skeleton Coast
La Skeleton Coast è una delle aree più remote e spettacolari della Namibia, regno del silenzio assoluto e delle nebbie oceaniche, che rendono i paesaggi solenni e incontaminati. Come accade per Sandwich Harbour, che si trova subito al di fuori della Skeleton Coast, anche qui le dune del deserto incontrano l’Oceano Atlantico, offrendo in alcuni tratti paesaggi perfino più spettacolari. La Skeleton Coast è però molto meno frequentata, a causa della difficile accessibilità dei luoghi, protetti dallo Skeleton Coast National Park (che limita gli accessi a tour specializzati per proteggere la fragilità del territorio) e difficilmente raggiungibili per l’assenza di strade generalmente degne di tale nome, peraltro lontane da quelle principali. Il punto di accesso allo Skeleton Coast National Park è Torra Bay, una vecchia stazione di pesca, mentre fra i punti più remoti è da menzionare Cape Frio, al confine con l’Angola. A causa dei tempi ristretti, la nostra visita della Skeleton Coast si è concentrata nei dintorni di Henties Bay e Cape Cross, località note rispettivamente per ospitare alcuni importanti relitti e una immensa colonia di otarie, e facilmente raggiungibili da Swakopmund, città in cui avevamo pernottato al rientro dalla scalata della Duna 7.
Damaraland
Il Damaraland è un’altra regione estremamente spettacolare della Namibia. Essa include gli esempi più rinomati di arte rupestre del paese, concentrati principalmente fra Twyfelfontein, Brandberg Mountain e Spitzkoppe, e paesaggi rocciosi ricchi di fauna selvatica, che non raramente è facile incrociare guidando sulle strade principali. Fra le specie più importanti che abitano la regione, sono sicuramente da menzionare l’elefante del deserto e il rinoceronte nero. Per ottimizzare i tempi e il percorso, abbiamo deciso di saltare Twyfelfontein, per dedicarci a Spitzkoppe e Brandberg Mountain. Spitzkoppe è noto sia per le pitture rupestri, sia per le imponenti formazioni rocciose, prevalentemente costituiti da granito e risalenti a oltre 100 milioni di anni fa. Fra queste, la più conosciuta è The Arch, un grande arco naturale situato in una posizione che permette di apprezzare anche splendide viste sul deserto. Il Brandberg, invece, ospita l’incisione rupestre più importante, ovvero la White Lady (Dama Bianca). Il centro abitato più importante del Damaraland, nonostante si tratti in realtà di un piccolo villaggio, è Khorixas, normalmente utilizzato come base per il pernottamento. Per motivi di distanza (da notare che la giornata della visita del Damaraland è stata la più impegnativa in termini di km percorsi), noi abbiamo deciso di fermarci un po’ più a sud, ovvero a Omangambo, villaggio sperdutissimo che ancora oggi fatico a credere di aver trovato.
Kaokoland
Il Kaokoland rappresenta probabilmente la Namibia più remota ed è il regno degli Himba, popolazione che vive più o meno allo stato primordiale. La location più visitata della regione è sicuramente costituita dalle Epupa Falls, delle cascate create dal fiume Kunene, situate al confine con l’Angola. La città di riferimento generalmente utilizzata come base logistica del Kaokoland è Opuwo, che è anche il capolouogo amministrativo della regione del Kunene. Il motivo principale della nostra visita del Kaokoland è stato l’incontro con la popolazione Himba, organizzata tramite l’host del nostro BnB. Abbiamo invece rinunciato, nostro malgrado, alle Epupa Falls, in quanto sarebbe stato necessario prevedere un giorno aggiuntivo nel nostro itinerario (da considerare andata e ritorno con base a Opuwo), che abbiamo invece deciso di utilizzare per visitare i dintorni di Aus.
Sintesi dell’itinerario
Abbiamo dedicato la prima giornata alla visita di Skeleton Coast (Henties Bay e Cape Cross) e Damaralnd, rispettivamente nelle ore mattutine e pomeridiane, mentre la seconda giornata si è focalizzata sull’arrivo a Opuwo, che ha portato via tutta la mattina, e la visita al villaggio Himba, concentratasi nel pomeriggio. Il terzo giorno siamo infine ripartiti alla volta dell’Etosha National Park, di cui parlerò altrove.
Di seguito, la tabella riassuntiva dei nostri spostamenti.
| Day | Itinerario | Notte | Mappa | km/time |
|---|---|---|---|---|
| 1 | Henties Bay, Cape Cross, Spitzkoppe, Brandberg, Omangambo | Omangambo | Swakopmund-Omangambo | 475/6h30m |
| 2 | Transfer per Opuwo e villaggio Himba | Opuwo | Omangambo-Opuwo | 450/5h |
| 3 | Transfer per Etosha in mattinata | – | – | – |
Day 1: Skeleton Coast e Damaraland
Henties Bay e Cape Cross
La prima tappa della nostra giornata, che si prevede molto intensa, è la Seal Reserve di Cape Cross, ovvero una riserva che ospita fra 80000 e 200000 esemplari di otarie (il numero varia in base al periodo riproduttivo). Le otarie possono raggiungere dimensioni fino a 2,5 metri di altezza e pesare anche 300 kg. Come si può immaginare, il motivo dell’elevata concentrazione di questi animali nei dintorni della riserva è da ricercare nella presenza di cibo, nello specifico pesci.
Poiché ChatGPT ci aveva informato che l’orario di apertura fosse alle 10 (agosto), partiamo da Swakopmund, città in cui avevamo pernottato la sera precedente, intorno alle 8, visto che il tragitto è percorribile in circa un’ora e mezza. Lungo la strada, facciamo una sosta a Henties Bay, località all’interno del Dorob National Park, che ospita il relitto Zelia, un peschereccio incagliatosi in prossimità della spiaggia nel 2008 e mai rimosso. La spiaggia del relitto si raggiunge facilmente dalla strada principale, è ben segnalata e si accede liberamente.

Oltre allo Zelia, il Dorob National Park, che significa letteralmente “luogo dalle acque abbondanti”, ospita altri relitti, alcuni dei quali risalenti al 2023.
Arriviamo quindi alle 10 alla riserva delle otarie, scoprendo che in realtà essa fosse aperta già dalle 8 (quindi ChatGPT si sbagliava clamorosamente). Per l’ingresso alla riserva, paghiamo 800 NAD (circa 40€) in totale, comprensivi delle 5 quote. La visita della riserva è piuttosto veloce, per almeno due motivi. Il primo è legato alla presenza di una passerella, che rende il percorso guidato e breve. Il secondo, invece, è rappresentato dall’odore terribile in cui ci si imbatte proprio a causa delle otarie. Noi ce la caviamo nell’arco di una mezz’oretta. Le otarie sono molto simpatiche, ma è fondamentale non oltrepassare le recinzioni, perché sono al contempo anche molto aggressive. Lo spettacolo è piuttosto suggestivo, se ne vedono veramente tantissime.

Spitzkoppe
Dopo la visita alla riserva delle otarie, ci rimettiamo in cammino per raggiungere Spitzkoppe. Arriviamo a destinazione intorno a ora di pranzo, impieghiamo infatti poco più di due ore per percorrere il tragitto necessario ad arrivare da Cape Cross. Questo aspetto limita fortemente la possibilità di esplorare l’area, che in realtà offrirebbe molto da vedere. È anche possibile partecipare a dei game drive per avvistare fauna locale.
Per accedere all’area, paghiamo 800 NAD (40€) totali, comprensivi, al solito, delle 5 quote personali e della quota auto. La cifra pagata permette l’accesso alle aree visitabili senza guida, che coprono una piccola percentuale del totale. Di seguito, riporto la mappa dell’area, comprensiva degli appunti della receptionist.

La nostra visita si concentra su alcune pitture rupestri e, soprattutto, sull’arco naturale, entrambi raggiungibili facilmente e inclusi nella quota pagata. Per quanto riguarda le pitture rupestri, è necessario dare una mancia al custode, che si spaccia anche per guida. In realtà, il suo “lavoro” consiste unicamente nell’aprire una specie di cancello dal quale si accede dopo pochissimi metri alle rocce incise. Il suo ruolo di guida è ancora più semplice. Guardando la parete rocciosa, che riporta giusto qualche disegno, si limita infatti a dirci “questo è un rinoceronte, questo è un leone, questa è una gazzella”. Fine. Direi 10 NAD (0,50€) ben spesi.

Arriviamo quindi rapidamente all’arco naturale, facilmente raggiungibile in 5 minuti a piedi dopo aver lasciato l’auto nel punto ad esso più vicino (che non chiamerei propriamente parcheggio). L’arco è una formazione piuttosto suggestiva, inserita in un contesto paesaggistico che, a mio avviso, rappresenta il vero highlight dell’area. Ci concediamo quindi un po’ di tempo per scattare qualche foto.



Brandberg e Omangambo
Sono all’incirca le 15 quando ripartiamo da Spitzkoppe alla volta del Monte Brandberg, rinunciando alla possibilità di esplorare meglio l’area tramite i percorsi guidati. Con i suoi 2600 metri slm, il Brandberg è la montagna più alta della Namibia, e appartiene alla lista dei Monumenti Nazionali. Nell’area del Brandberg, è possibile trovare migliaia di incisioni, fra le quali la White Lady, considerata fra tutte la più importante. La White Lady raffigura in realtà una danza rituale, in cui spicca la figura di uno sciamano. Il nome White Lady (Dama Bianca) si deve a uno studioso che aveva ipotizzato che la figura centrale ritraesse una donna.
Per raggiungere la White Lady, è necessario affidarsi a una guida, ingaggiabile direttamente in loco, che accompagna i visitatori all’interno della gola di Tsiseb, attraverso la quale si arriva a destinazione. Per la visita, bisogna considerare circa un paio d’ore complessive. Purtroppo, arriviamo all’ingresso dell’area poco dopo le 16, orario di chiusura (anche su questo, non fidatevi di ChatGPT!), e si dimostrano vani i nostri tentativi di convincere il personale dell’area a concederci un’eccezione, visto il ritardo esiguo.

Poiché non siamo più in tempo per tornare a Spitzkoppe e visitare le parti che ci mancavano (ovvero quelle che necessitano di una guida), decidiamo a questo punto di dirigerci direttamente verso Omangambo, villaggio in cui avevamo prenotato il nostro bnb, costatoci la bellezza di 38€ (in 5!). Su Omangambo ci sarebbe molto da dire. Si tratta forse del luogo meno turistico che abbia mai visitato, tanto che neanche la polizia (che ci ha fermato a pochi chilometri da lì) sapeva dove fosse. Consiste in un piccolo villaggio, in cui le abitazioni, generalmente molto spartane, sono piuttosto distanti l’una dall’altra, infatti non si vede anima viva. Troviamo un piccolo market aperto, che sembrava stesse aspettando il nostro arrivo, infatti lo abbiamo svaligiato massicciamente per comprare un po’ di generi alimentari da destinare alla popolazione locale. Non mi spiego invece ancora oggi come la struttura in cui abbiamo alloggiato sia potuta arrivare sul sito di Airbnb. C’è da dire però che, a Omangambo, abbiamo assistito al tramonto più spettacolare del viaggio.



Day 2: Kaokoland
Ripartiamo da Omangambo appena alzati, per dirigerci verso Opuwo e incontrare Patricio, host del nostro bnb, nonché guida designata per la nostra visita al villaggio Himba. È possibile organizzare la visita al villaggio sia di mattina che di pomeriggio, noi scegliamo la seconda opzione, visto che per arrivare a Opuwo occorrono circa 4 ore di strada. Il costo del tour pattuito è di 1650 NAD (circa 82€), da dividere per 5 (quindi 16€ a testa più o meno), comprensivi di spesa al supermercato da donare alla popolazione.
Durante il tragitto in auto, ci imbattiamo in un po’ di fauna locale, che spesso attraversa la strada con nonchalance.

Arriviamo a Opuwo intorno alle 13, dopo il check-in iniziamo la nostra avventura. La prima tappa è il supermercato, dove compriamo un po’ di generi alimentari, qualche giocattolo per i bimbi e dell’otjize, una mescola di burro e ocra rossa che le donne utilizzano per la cura del corpo. Nel supermercato, vediamo anche delle donne Himba, che riconosciamo facilmente dall’abbigliamento e dal seno scoperto.
Giungiamo al villaggio con la nostra auto, in questo caso il 4×4 è fondamentale. Qualora non si disponesse di un veicolo 4×4, è possibile recarsi al villaggio anche con l’auto della guida, ad un costo aggiuntivo. Aspettiamo innanzi tutto che Patricio riceva il permesso dal capo villaggio per iniziare la visita, che ci viene concesso anche con la complicità della merce portata in dono. Non è detto, infatti, che tale permesso sia scontato per i forestieri.
Veniamo assaliti subito da un gruppo di bambini, alcuni di loro hanno delle macchie strane sulla pelle, per precauzione cerchiamo di evitare il contatto fisico, sebbene con scarso successo. I bambini chiedono di scattare delle foto insieme a noi con i nostri cellulari, da cui sono attratti incuriositi. Giochiamo anche un po’ a palla, utilizzando dei fogli di carta attaccati con il nastro adesivo, visto che non avevamo trovato palloni al supermercato.
Arriva poi il momento di ascoltare qualcosa in merito ai loro usi e costumi. Per alcuni aspetti, la popolazione Himba assomiglia un po’ a quella Maasai che avevamo incontrato in Tanzania. Le abitazioni consistono in capanne tenute insieme da agglomerati di fango e sterco animale, al cui interno si respira un odore piuttosto nauseante, per chi non è abituato. Fra gli altri elementi, caratteristici degli Himba o di entrambe le culture, menziono qualcosa in ordine sparso:
- Le donne indossano degli accessori che variano in base al fatto che siano o meno in età puberale e che siano sposate. La poliginia (ovvero la poligamia a senso unico secondo cui un uomo può avere più mogli, senza che valga viceversa) è ampiamente diffusa. Naturalmente, le mogli non vengono scelte esattamente per amore.
- Non riuscire ad avere figli è vista come una sorta di maledizione, ma anche come qualcosa per cui prendere in giro le coppie occidentali senza prole.
- Alle ragazze è permesso andare a scuola, ai ragazzi invece no. Questo perché si pensa che, conoscendo la realtà al di fuori dei villaggi, si possa essere tentati di allontanarsi, e in quel caso è meglio che a restare siano gli uomini. Le donne non sono ritenute così indispensabili.
- Le donne Himba tengono moltissimo alla loro pelle, che idratano con l’otjize, sostanza che conferisce loro la tipica colorazione rossastra.
Nell’ascoltare i loro racconti, tradotti pazientemente da Patricio, ci viene proposto di adottare qualche bambino dalle loro stesse madri, mentre un paio di ragazze si propongono in spose al nostro unico team member single.
La visita al villaggio Himba prende tutto il pomeriggio. Nel complesso, l’esperienza mi è sembrata molto più profonda di quella con i Maasai, oltre che meno turistica. La annovero sicuramente fra i momenti più belli e interessanti del viaggio.


Passiamo la notte a Opuwo, da cui ripartiamo il giorno successivo per dirigerci verso l’Etosha National Park. Ma quella è un’altra storia.
Conclusioni
Le due giornate di cui ho parlato in questo articolo si sono rivelate senza dubbio al livello delle precedenti, sebbene le località visitate fossero decisamente meno turistiche rispetto al resto.
Per quanto riguarda il Damaraland, sicuramente avrebbe meritato che vi dedicassimo molto più tempo. Tornando indietro, a parte evitare di fidarmi di ChatGPT (la mancata visita alla White Lady resta una macchia indelebile), prevederei una giornata aggiuntiva in modo da esplorare meglio l’area di Spitzkoppe, per includere anche le tappe da fare con le guide. A parità di tempo, sacrificherei probabilmente la giornata trascorsa nei dintorni di Aus.
L’esperienza con gli Himba, poi, è stato uno dei momenti più significativi e intensi del viaggio, forse quello che custodisco più gelosamente insieme alla scalata della Big Daddy. Un momento indescrivibile, tanto emozionante quanto, per certi versi, spiazzante. Sicuramente un must per un viaggio in Namibia che si rispetti.
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